Una delle caratteristiche che contribuiscono a rendere unica la nostra penisola è la sua infinita varietà di vitigni autoctoni: sarebbero oltre 600 le specie varietali presenti su tutto il territorio italiano.

E, all’interno di questo imponente patrimonio ampelografico, la Campania occupa un posto di tutto rispetto, potendo vantare oltre 100 varietà di viti, numero elevatissimo e non riscontrabile in nessun’altra area vitivinicola.

Restringendo ulteriormente il raggio della nostra analisi, scopriamo come soltanto l’Irpinia, zona maggiormente vocata alla viticoltura dell’intera regione, secondo un recente studio di riscoperta dei suoi vitigni storici, conti circa 45 varietà storiche di vitigni coltivate in questa zona.

E, tra queste, merita particolare attenzione il Grecomusc’, noto anche come Roviello o Rovello Bianco: vitigno citato, già alla fine dell’Ottocento, in un “Catalogo dei nomi dei vitigni della Provincia di Avellino”, ma che fino ai primi anni Duemila aveva fatto perdere le sue tracce.

Risale soltanto al 2014, infatti, la sua iscrizione nel Registro nazionale delle varietà di vite dal ministero dell’Agricoltura.

Ma perché questo nome? E’ presto detto.

Inizialmente, fino ai primi anni 2000, si credeva che il Grecomusc’ fosse un clone del Greco di Tufo: i vignaioli irpini erano soliti utilizzarlo come uva da taglio per il Greco. Tuttavia, analizzando con attenzione l’acino, il Prof. Sandro Lonardo, titolare della Azienda agricola Contrade di Taurasi, grazie a una collaborazione con l’Università di Napoli, ha scoperto che si trattava di un altro vitigno autoctono, i cui acini possiedono una singolare caratteristica: la buccia cresce a dismisura rispetto alla polpa interna, generando l’aspetto di un’uva “moscia”.  E, da qui, appunto, il nome Grecomusc’!

Abbiamo degustato l’annata 2015, grazie alla quale questo vino ha ottenuto, per la seconda volta il massimo riconoscimento, i Tre bicchieri, dalla guida 2018 del Gambero Rosso.

Da Rovello bianco in purezza, alla vista si presenta di un bel giallo paglierino, con spiccati riflessi dorati. Appena versato, al naso apre un bouquet floreale che dopo pochi secondi sfocia in profumate essenze di pesca gialla,  sentori minerali e di vaniglia.

In bocca il sorso è caldo e morbido, con buona sapidità e persistenza, ed una chiusura piacevolmente acida.

Ottimo in abbinamento con piatti della tradizione mediterranea, a base di crostacei. O su un bel piatto di scialatielli con mazzancolle e pesto di pistacchi.