Alle volte non sei tu a scegliere dove andare, alle volte il caso sceglie per te e pianifica un viaggio a dir poco perfetto per chi, come me, ama il vino e la cultura che c’è dietro.
Così, desiderando da tempo di andare in Trentino Alto Adige, per circostanze fortuite (grazie all’algoritmo che mi ha proposto dove alloggiare contenendo i costi) mi ritrovo a Salorno, o Salurn, e scopro che è il paesino più meridionale della Strada del vino altoatesina.
Prenoto immediatamente l’appartamento, una piccola mansarda in un antico maso (tipica struttura della zona) con tanto di vigna e meleto…non potevo trovare soluzione migliore!!!
Parto, sola, carica di emozione e di valigie piene di cose assolutamente inutili! Pronta per percorrere da Sud a Nord tutta la Weinstrasse del Südtirol. Tre faticosi cambi col treno…ma da Verona verso Salorno lo scenario che scorre lungo i binari mi anticipa cosa mi aspetta.
È fine agosto, tre del pomeriggio, ventotto gradi, due valigie e uno zaino da trekking, scendo alla stazione di Salurn…non c’è anima viva, silenzio, caldo, una distesa di viti, viti ovunque piene di uva e…un odore inconfondibile.
Non bisogna essere un esperto enologo o avere particolari abilità olfattive per riconoscere quell’odore che impregna l’aria: l’odore di “vino”, o meglio, dell’uva in fermento, del mosto impaziente di trasformarsi in vino.
Arrivo in paese, trascinandomi le pesanti valigie, e attraverso strette stradine continuamente percorse da lenti trattori che trasportano casse cariche di uva: Pinot di ogni colore, profumati grappoli di Gewürztraminer, Chardonnay, Sauvignon e gli autoctoni Schiava e Lagrein, provenienti dai vigneti che popolano tutta la zona, condividendo gli spazi con l’altra celebre popolazione frutticola dell’Alto Adige, le mele.
Prima di partire ho pianificato il mio itinerario enologico con l’ambizione di visitare almeno dieci cantine: troppe, purtroppo, per il poco tempo e, soprattutto, per il mio fegato!
Salendo e scendendo dal treno e saltando su piccoli autobus, percorro circa 150 km di vigne e faccio tappa a Termeno, da Tramin e Elena Walch, a Caldaro, da Kaltern e Kettmeir, ad Appiano, da Colterenzio e, infine, a Terlano, da Terlan.
Scopro realtà aziendali vitivinicole diverse da quelle cui sono abituata io, che sono Campana.
Comprendo, forse per la prima volta, per la mia acerba esperienza, il concetto di terroir, la sua essenza e i fattori che determinano la personalità di un vino: l’uva, la terra, il clima e, naturalmente, l’uomo.
Durante ogni visita ascolto storie affascinanti e apprendo qualcosa non solo sull’azienda che mi accoglie e sui suoi vini, ma, in generale, sulla cultura di chi il vino lo produce, sul rispetto del territorio, sulla riconoscenza nei confronti di chi “accudisce” la vite e “alleva” una ricchezza.
In questi territori, tutti contribuiscono alla crescita del settore e la cooperativa è una realtà economica e sociale diffusa perché l’unione fa davvero la forza, conviene, riduce i costi e ti fa sentire parte di un progetto. Centinaia di famiglie proprietarie di piccoli appezzamenti di terra vitati, seguiti costantemente da enologi e agronomi esperti, conferiscono uve di qualità alle aziende contribuendo a dar vita a vini eccezionali, lo dimostrano i riconoscimenti nazionali ed internazionali ottenuti, anche quest’anno, da numerose etichette altoatesine. Eppure l’Alto Adige, zona a denominazione di origine controllata, non ha DOCG, a riprova che la qualità si trova nella bottiglia, non sull’etichetta.
La coltivazione della vite e i processi di vinificazione sono improntati a salvaguardare il territorio e l’ambiente attraverso l’utilizzo di energie rinnovabili e di impianti all’avanguardia ma ecosostenibili. L’azienda si adatta alle esigenze delle viti, assecondandone i capricci ed i bisogni. L’obiettivo principale comune è esaltare la personalità e le caratteristiche organolettiche delle uve durante il processo di trasformazione in vino.
La posizione dei vigneti, spesso collocati in alta quota fino a 800 m di altitudine, le forti escursioni termiche (di oltre 10/15 gradi) tra il giorno e la notte e il clima mitigato dalla presenza dei laghi e delle montagne che proteggono le vigne dal freddo del Nord, favoriscono un’alta concentrazione negli acini delle sostanze zuccherine e degli acidi fissi, conferendo al vino aromaticità e freschezza. Il porfido, roccia vulcanica dal colore rossastro, e il calcare dolomitico che compongono i terreni altoatesini costringono le radici assetate a scendere in profondità, nutrendosi dei sali minerali presenti nel sottosuolo che arricchiscono il vino con una calibrata sapidità.
Per preservare le caratteristiche organolettiche tipiche dei vitigni e consentire al vino di essere onesto e sincero e di esprimere la sua reale personalità evolvendosi nel tempo, le aziende scelgono di sottoporre i loro vini ad una maturazione prevalentemente in acciaio o, addirittura, in cemento, oppure di usare il legno con moderazione: la botte deve esaltare e non modificare o, peggio, nascondere, il vino e la sua personalità. Si predilige, perciò, la botte grande (con una capienza di circa 10 hl) per vini bianchi come il Pinot bianco e grigio, capaci di mantenere nel tempo una incredibile freschezza che allieta il palato anche dopo diversi anni di affinamento. E per i vini rossi, come il Pinot noir, la Schiava e il Lagrein si utilizza la tecnica del travaso progressivo in botti, di solito tonneaux (con una capienza di 500 lt), di primo, secondo e terzo passaggio, per realizzare un equilibrato arricchimento di sentori terziari che non siano sovrabbondanti rispetto a quelli secondari, prodotti durante la fermentazione, e primari, tipici del vitigno.
E ora, finalmente, “si parte”…andiamo nelle cantine che mi hanno accolto ed ospitato, raccontato le loro storie e fatto assaggiare i loro vini. Impossibile descriverli tutti, ma alcuni mi hanno davvero emozionato e, persino, fatto stare zitta!

TAPPA 1 – TERMENO:
Conquistata dal principe Pinot!

28 Agosto 2018
ORE 10:00 – CANTINA TRAMIN:
una mattinata tra le vigne di una delle cantine dell’Alto Adige più famose al mondo. Fino a 600 m di altezza  in compagnia del paziente Günther che mi ha lasciato scorazzare come una bimba tra i filari durante la vendemmia, mangiando grappoli di Sauvignon blanc.
Poi la degustazione…Chardonnay, Moriz Pinot bianco, Pepi Sauvignon e poi, arriva lui, il Gewürztraminer, vitigno aromatico che custodisce nel nome le sue origini. Assaggio il Selida e poi il pluripremiato Nussbaumer delle annate 2016 e 2011, un’esplosione di aromi tipici del vitigno, diversamente combinati in base alle variazioni pedoclimatiche delle zone di provenienza delle uve, al tipo di vinificazione e, naturalmente, alle condizioni metereologiche dell’annata. Ma, inaspettatamente è un altro il vino che mi conquista…l’Unterebner Pinot grigio, 2016. Lui mi ammutolisce (il che è una rarità), non so cosa dire, è il vino che parla e io voglio ascoltarlo…appena versato avverto al naso sentori di frutta bianca, un po’ matura, come pera e melone bianco, ma, se si ha la pazienza di attendere, il vino manifesta la sua complessità olfattiva: spezie dolci, come la vaniglia, sentori erbacei di muschio, sfumature tostate e una leggera affumicatura salgono al naso, aromi che ritornano al gusto, intensi, persistenti e dai quali non ci si aspetta la freschezza che, invece, invade il palato all’assaggio, in perfetta sintonia con la mineralità del finale. La degustazione termina con un regalo dolce, con Terminum Gewürztraminer, vendemmia tardiva. Davvero una conclusione eccezionale, come eccezionale è riuscire a dire correttamente gewürztraminer dopo circa dieci assaggi!

ORE 14:00 – ELENA WALCH: un pranzo veloce nella piazzetta di Termeno e la mia giornata prosegue con un’altra importante visita dalla Signora del vino altoatesino: Elena Walch.
Mi aggiro tra le antiche botti intagliate  come se fossi in un luogo di culto e, in silenzio, ascolto le storie sulle gesta enoiche della famiglia Walch. Me le racconta la giovanissima Julia, che con il suo tono dolce e amichevole alleggerisce l’austerità di questa cantina, che un tempo ospitava un convento. Segue una degustazione veloce, perché due visite in una sola giornata sono davvero impegnative e, per fortuna, ho già avuto il piacere di bere diverse volte i vini di questa azienda, recensiti anche da Decanto (Ewa Cuvée 2017 e Schiava Alto Adige Doc 2017).
Ma, a quanto pare, oggi è la giornata dei Pinot!
Il Pinot Bianco Kristallberg 2016 ha un’intensità olfattiva delicata e fresca che rimanda a frutta croccante a polpa bianca con qualche sfumatura tostata di mandorla. La freschezza, mai pungente, si avverte immediata anche in bocca accompagnata da una piacevole mineralità. Decido di acquistarne una bottiglia perché voglio riassaggiare questo vino tra qualche anno, sono certa che lasciandolo crescere potrà esprimere ancora più carattere, senza perdere le sue qualità essenziali e acquisendo persistenza e aromaticità.

TAPPA 2 – CALDARO:
Il Mediterraneo del Südtirol.

30 Agosto 2018
ORE 10:30 – CANTINA KALTERN:
Accompagnata dal preparatissimo Daniel, visito una cantina dall’aspetto affascinante che evoca riti quasi esoterici. Vengo ipnotizzata dagli affreschi che ricoprono le pareti, raffiguranti allegoricamente il vino come sinuose figure femminili rosse e bianche che sfilano in corteo, festose e seduttive. In fondo alla sala mi colpisce un mosaico sul quale compare Eva che tenta Adamo con un grappolo d’uva e penso che, effettivamente, questa potrebbe essere la versione reale della storia, ed Eva potrebbe essere nata in questo paradiso, ricco di uva e…di mele!!
La degustazione è un po’ frenetica, ma Daniel è capace di darmi in brevissimo tempo tantissime informazioni su ciascun vino versato e mi chiedo come riesca a ricordarsele tutte così velocemente.
Cerco di imprimere ogni sensazione nella mia mente e sul mio diario di vigna. Degusto diverse etichette della linea Selezione e l’intera linea Quintessenz, i vini più preziosi. Non riesco ad avere preferenze nette, ma poi bevo il Quintessenz Cabernet Sauvignon 2015 Riserva.
È ancora giovane e ha una potenzialità di invecchiamento elevata, vorrei berlo tra tre o quattro anni ad una cena con amici mentre ricordo nostalgica questo viaggio, quando la frutta di bosco, ora ancora fresca, sarà diventata confettura e i sentori erbacei e speziati saranno più intensi ed i tannini più avvolgenti.
Chiudo la degustazione in dolcezza con Quintessenz Passito 2014, vendemmia tardiva di uve Moscato giallo, che ha avuto diversi riconoscimenti nazionali e internazionali. Mi sorprende la sua freschezza che bilancia perfettamente la dolcezza e la morbidezza di questo vino che invade la bocca con aromi di miele e frutta esotica candita, come mango e papaya, già avvertiti dall’olfatto. Vorrei sorseggiare questo passito con del formaggio erborinato, ma la mia giornata prevede un altro appuntamento.

ORE 15:30 – KETTMEIR: giusto il tempo di un pranzo astemio a base dei tipici quanto “leggeri” canederli tirolesi e si va alla splendida Tenuta di Kettmeir. Insieme a me arriva in azienda un carico di grappoli di Pinot grigio appena raccolti, pronti per essere vinificati. Infatti, è impossibile sostare nella stanza delle “botti” di acciaio, in fase di igienizzazione e pulitura per accogliere il nuovo mosto.
Guidata dalla simpatica Martina, si arriva in una piccola sala dove sostano, collocate nelle apposite pupitre, le bottiglie di spumante sottoposte al quotidiano remuage manuale. Agli inizi degli anni ‘90, infatti, Franco Kettmeir, nipote del fondatore, Giuseppe Kettmeir, affianca alla spumantizzazione col Metodo Charmat (dunque, “producendo le bollicine in autoclave”) iniziata dal nonno, quella con il Metodo Classico (sottoponendo il vino ad una rifermentazione in bottiglia) con risultati davvero eccezionali.
E la degustazione inizia proprio dagli spumanti: in omaggio al fondatore, assaggio prima il Grande Cuvée Brut, Alto Adige Doc, prodotto secondo tradizione da sole uve Pinot bianco (per questo il termine cuvée è usato in senso atecnico) e con Metodo Charmat lungo, sostando il vino sui lieviti per almeno nove mesi; segue il rinomato Athesis Rosé Brut Alto Adige Doc, cuvée di Pinot nero, vinificato in rosato, e Chardonnay, che affina sui lieviti per almeno 22 mesi prima di essere sboccato. Elegante è il termine che meglio descrive questo spumante, per l’avvolgenza e la finezza delle bollicine e la delicatezza dei sentori che si avvertono al naso e degli aromi che sprigiona all’assaggio: l’odore di lievito, presente ma non invadente, si accosta al profumo di piccoli frutti rossi ed erbe aromatiche.
La degustazione con Martina è davvero piacevole e prosegue con i vini fermi, confrontando la linea Classica con quella delle Grandi Selezioni. Prima di andar via ho una richiesta…voglio assaggiare il passito Athesis di Moscato rosa, vitigno autoctono altoatesino che, vinificato, sprigiona una riconoscibile fragranza di rosa resa vivace da sentori speziati. Un elisir raro (sembra che solo sei cantine lo producano) che mi ha stregata e che mi sono portata a casa.

TAPPA 3 – APPIANO:
Un’accoglienza indimenticabile.

31 Agosto 2018
ORE 10:00 – CANTINA COLTERENZIO:
“la qualità si fa in vigna!” e quindi il caro Alex mi propone una passeggiata tra i filari sotto un vero e proprio incessante diluvio…gliene sarò per sempre grata (e non sono sarcastica!). La vigna sotto la pioggia è ancora più bella, i grappoli d’uva, pronti per essere raccolti e ricoperti da piccole goccioline d’acqua, sembrano luccicare. Purtroppo, però, il tempo peggiora e, tornati in cantina, dopo la consueta visita, Alex mi conduce nell’elegantissima sala degustazione con vista sui vigneti. Un incanto. Un lungo tavolo di legno mi accoglie, mi siedo alla postazione allestita per l’assaggio e mi lascio guidare da Alex. Ascolto le sue spiegazioni, degusto i vini uno dietro l’altro, annoto le sensazioni che ciascuno di essi mi comunica. Si inizia dalle Selezioni, Alto Adige Doc: Puiten Pinot grigio 2016, Prail Sauvignon 2017, Perelise Gewürztraminer 2017, Villa Nigra Pinot nero 2015, Sigis Mundus Lagrein 2015.
Segue la linea Lafòa, dal nome del vigneto dal quale provengono uve di elevata qualità che danno vita a vini pregiati, di grande carattere per le loro caratteristiche organolettiche e strutturali, impreziositi da una elegante etichetta che richiama il femminino di Klimt. Alex apre per me l’ultima bottiglia di Chardonnay Lafòa 2016, premiata con i 3 bicchieri dal Gambero Rosso. Sono lusingata. Vino formidabile! Dopo la fermentazione in barrique, affina in legno, sostando per almeno dieci mesi sulle fecce dei lieviti, e poi in bottiglia per circa sei mesi. Un olfatto intensamente fruttato, con profumi esotici di frutta candita e disidratata (banana, mango, papaya), un gusto “cremoso”, avvolgente, con una persistenza aromatica che trattiene in bocca gli aromi avvertiti al naso.
Di un’elevata caratura anche il Gewürztraminer, il Sauvignon blanc e il Cabernet sauvignon della stessa linea, quest’ultimo primo vino del progetto Lafòa (con la prima annata uscita nel 1989) e anche il più premiato. Estremamente complesso: sentori di frutta rossa cotta, erbaceo e speziato, con delicate note balsamiche e vanigliate che ritornano all’assaggio.
Davanti a me una decina di bicchieri e un quaderno pieno di appunti…e mentre penso che siamo giunti al termine, Alex decide di presentarmi Luis Raifer, o meglio, il vino dedicato a colui che ha guidato per anni la Cantina Colterenzio apportando innovazione e qualità alla produzione. Ho il privilegio di bere LR, 2013, bottiglia n. 3440, cuvée di Chardonnay, Pinot bianco, Sauvignon e Gewürztraminer, suggestivamente custodito in una rete che richiama la calza di una donna raffinata e sensuale. Ed è ancora una giovane donna che può affinare le sue capacità seduttive, arricchendosi in struttura e complessità olfattiva. Spero di incontrarla tra qualche anno.
Si conclude così una degustazione davvero impegnativa ma indimenticabile.

TAPPA FINALE – TERLANO:
Gli scrigni di Terlan.

3 Settembre 2018
ORE 10:00 – CANTINA TERLAN:
ultima tappa lungo la Strada del vino dell’Alto Adige in compagnia della bella Julia. Dopo una breve sosta tra le vigne, durante la quale ascolto attenta la storia di questa cooperativa di circa 140 famiglie, scendiamo in cantina. Un vero e proprio caveau nel quale, in enormi scrigni di acciaio, affinano per almeno quindici anni le selezioni delle annate migliori, tra le quali, il Terlaner vendemmia 1979.
Per giungere alla bottaia, percorriamo un corridoio interrato, lungo il quale si aprono piccole celle buie dove riposano bottiglie risalenti al 1893, originariamente nascoste per la curiosità di sperimentare la longevità dei vini. Un archivio della storia enologica della cantina che custodisce le migliori selezioni di quasi un secolo. La curiosità mi assale, vorrei berne una. Forse in un’altra vita.
Durante la degustazione, abilmente condotta da Julia, due vini catturano principalmente la mia attenzione e il mio palato: il Terlaner e il Nova Domus, entrambi della linea Selezione, entrambi una cuvée di Pinot bianco (min. 60%), Chardonnay (30%) e Sauvignon Blanc (10%), ma il secondo è un Terlaner Riserva, subendo un affinamento misto, in acciaio e in tonneaux, per un periodo minimo di cinque/sei anni; inoltre, le uve utilizzate per produrre il Nova Domus provengono dai vigneti situati nelle zone più vocate per la coltivazione di ciascun vitigno.
In realtà, pur essendo un blend, l’assemblaggio è così sapientemente calibrato ed armonico che si ha la sensazione di degustare un vino proveniente da un monovitigno, con una sua specifica ed ineguagliabile personalità: profumatissimo al naso, pieno e persistente al gusto, con la tipica freschezza che caratterizza i vini altoatesini e un potenziale di invecchiamento sorprendente. Come dice Julia: “non è un blend, è un Terlaner!”

Termina qui il mio viaggio enodidattico, dal quale non volevo più tornare, che ha arricchito la mia ancora acerba cultura enologica, fomentato la mia passione e aumentato il mio peso….
Grazie a chi ha avuto la pazienza e la curiosità di arrivare fino in fondo alla lettura! Spero che questo lungo articolo vi abbia fatto venire sete!
Al prossimo Wine Travel!