Sei in un grazioso Bistrot e ti nascondi dietro la carta dei vini assediato da occhi che attendono ansiosi la risposta a: “cosa ci fai bere?”

I tuoi compagni di tavola sono convinti che se sei sommelier conosci tutti i vitigni, le pratiche enologiche, le cantine, i vini e le etichette del pianeta (e se producessero vino sulla Luna saresti rovinato!). Praticamente, pensano che tu sia una Treccani del vino!!!  

Inoltre, non puoi perdere tempo perché a) tu passeresti per un incapace; b) potrebbero iniziare a sgranocchiare i piatti per la fame. 

Così, hai due possibilità: n.1 andare sul sicuro e scegliere un vino che conosci, cogliendo l’occasione per mostrare le tue doti di esperto annusatore di vini; n.2 affidarsi al caso o, meglio, alla curiosità e individuare un vino che nemmeno tu hai mai provato trascinando tutti verso l’ignoto.

La seconda opzione è più rischiosa ma, decisamente, più divertente: se il vino è di gradimento generale potrai fingere di essere un bravo “wine selector”, se, invece, il vino non ha soddisfatto i commensali, di certo, tu non lo potevi sapere e la tua reputazione è salva.

Dimenticandoci per un attimo che potremmo reperire qualsiasi informazione online, lasciamo che a guidare il nostro istinto siano le indicazioni della carta dei vini (nome di fantasia del vino, produttore, denominazione, zona di produzione, vitigno, annata, titolo alcolometrico).

È così che ho scoperto il Guarnaccino.

Sembra il nome di un folletto dispettoso, vorace mangiatore di bacche d’uva. In realtà, si tratta di un vitigno particolarmente produttivo nell’antica Enotria, la “terra delle viti”, un’ampia e florida regione che comprendeva i territori della Basilicata, del Cilento campano e della Calabria (VIII-IV sec. a.C.).

Il termine Guarnaccino richiama la Guarnaccia e la Vernaccia, nomi molto usati in passato, soprattutto dai Romani, per indicare genericamente i vitigni locali, sia a bacca bianca che a bacca nera, delle diverse regioni d’Italia.

Grazie agli studi ampelografici avviati su impulso di alcuni viticoltori, oggi il Guarnaccino è riconosciuto come una varietà autoctona assai rara, la cui coltivazione è circoscritta alla zona di Chiaromonte in provincia di Potenza, dove è vinificato in purezza da pochissime aziende.

Noi abbiamo bevuto il Recepit Rosso, IGP Basilicata, dell’Azienda 600grotte che ha scelto di dedicare la sua intera produzione a questo vitigno, vinificato anche in rosato. 

La sua capacità di resistenza ai parassiti e alle malattie fungine lo rende adatto alla viticoltura naturale che gli consente di preservare le sue caratteristiche organolettiche primarie, in particolare la spiccata acidità.

Il vino nel calice si presenta di un bel rosso rubino intenso con qualche sfumatura purpurea; l’impatto olfattivo è fresco con sentori di piccoli frutti a bacca scura, come ribes e more, e note erbacee che ricordano i profumi profondi della macchia mediterranea.

Al gusto dominano freschezza e un tannino vivace che l’Azienda non si preoccupa di ingentilire, lasciando al tempo il suo ruolo di sapiente affinatore.

In passato, la vinificazione e l’affinamento dei vini prodotti dai viticoltori della zona avveniva nelle numerose grotte (cui è ispirato il logo aziendale 600grotte) scavate, tra il 1300 e il 1900, lungo lo sperone roccioso sul quale si erge il paese di Chiaromonte. Una tradizione non del tutto abbandonata da alcuni vignaioli artigianali che sfruttano le condizioni naturali di umidità e di temperatura delle grotte (visitabili!) per conservare i loro vini.

Se sono venuta a conoscenza di questa affascinante storia e ora ho voglia (e spero ne abbiate anche voi) di visitare questi luoghi è solo grazie ad un vino e alla curiosità di andare oltre il calice.

Anche gli altri commensali hanno apprezzato la scelta, soprattutto, quando al tavolo sono arrivate delle succulente polpette di carne al sugo con una ricca spolverata di parmigiano reggiano, un abbinamento semplice e gustoso!